L'idea di questa serie mi è venuta rileggendo Lettera a mio figlio sulla felicità di Sergio Bambarén. L'amico Leonardo me l'ha suggerito qualche tempo fa per rimpinguare la personale cambusa di incertezze, errori e consigli sbagliati.
Così mi sono chiesto: se dovessi lasciare in eredità qualcosa a mio figlio, a mio nipote o al vicino di casa, cosa potrei donare? Non un manuale di insegnamenti (mai posseduti), non una casa (figuriamoci), ma dei dischi.
I cinque album che hanno cambiato il mio modo di ascoltare e forse anche un po' di vivere. Non è un'educazione accademica, non c'è niente di tecnico o teorico.
È un'educazione musicale fondata sulla passione. Quella che vive nelle cuffie, che rimbalza nelle casse di una KIA e risorge da una playlist Spotify condivisa di nascosto.
CAPITOLO 3: LA DURA LEGGE DEL GOL, 883 (1997)
Premessa: considerate che oggi vivo quotidianamente un preoccupante problema di memoria a breve, medio e, vi dirò, anche lungo termine (dove per “breve” si intende anche due ore). Ricordare, quindi, cosa sia successo nel 1997 all’uscita de La dura legge del gol richiederà un enorme dispendio di energie, tempo e – soprattutto – Acutil. Visto che per questa cagata del blog non ci guadagno nulla, anzi, sentitevi in debito nei miei confronti, in termini sia morali che economici.
All’epoca,
recuperare musica era un’impresa. Internet non era ancora presente nelle case
della media borghesia (e probabilmente neppure in quelle squisitamente aristocratiche),
e io, incredibile a dirsi, avevo meno disponibilità economiche di oggi. L’unica
possibilità era quella di comprarli sti dischi, attraverso strade esclusivamente
normate dalla giurisprudenza (acquisto legale). E figuriamoci.
Un fido compagno
delle elementari, alquanto disturbato e con qualche lacuna a livello
socio-comportamentale, possedeva uno dei primi registratori stereo hi-fi e,
soprattutto, l’album La dura legge del gol originale. Dopo varie
insistenze, mi presta una cassetta anonima con un adesivo bianco su cui era
scritto, con calligrafia incerta:
“La dura
legge del gol – by Nico”.
La tragedia
era annunciata da quel “By Nico”: quella sorta di psyco, non aveva copiato il disco, ma l’aveva
cantato lui e registrato.
La sua voce,
perfetta per doppiare uno dei figli dei Griffin, rendeva l’ascolto
un’esperienza disturbante, quasi aliena. Ma se lui era folle, io non ero da
meno: me la facevo andare bene, tale era la sete di quella musica.
Poi arrivò
il giorno della svolta. Mia madre, ormai esasperata da quella colonna sonora
demoniaca e preoccupata per la mia salute mentale, mi comprò una copia non
originale al mercato di Ognissanti, appuntamento di livello mondiale del
Paesello che raccoglieva disperati da tutta la provincia ogni 1 novembre, every fucking
year.
La qualità? Non dico che fosse peggiore, ma non
immaginatevi nemmeno un ascolto in dolby surround: la voce di Max
appariva in certi momenti rallentata,
ovattata, persino modificata.
Ma –
parafrasando uno dei pezzi più interessanti dell’album – andrà tutto bene,
che poi non può succedere niente di male a uno già disastrato come me.
A rendere il
tutto ancora più tragicomico, la copertina della copia tarocca era stampata su
un foglio A4 che impediva la chiusura aderente della custodia. Provai a
tagliarlo, ma – stante le mie evidenti disabilità moto-cognitive – finii per “scalpare” Max Pezzali in rovesciata, lasciandolo
mutilato per sempre, da vero antesignano
dell’era tarantiniana.
E così, ogni
volta che ascoltavo quel CD, venivo assalito da una leggera angoscia per la triste raffigurazione del nostro Max.
Venendo a
noi, La dura legge del gol è l’album generazionale per antonomasia,
anticipato dal singolo Un giorno così che, a parte qualche cultore, non
ha lasciato un segno profondo come invece ha fatto La regola dell’amico,
inno promotore della rivoluzione ormonale e riscatto dei friendzonati di ogni
tempo. È stata la Bibbia, la giustificazione morale, per tutti noi illusi di
potercela fare, quelli che hanno buttato via anni dietro a strategie
fallimentari, piani mentali incastrati da missioni sentimentali destinate al
disastro.
Eravamo bellissimi,
tutti insieme, quando dopo quelle noti incredibilmente identificative di pochi
secondi, scattavamo con “io non capisco che gli fai quando arrivi in mezzo a
noi” e ci ritrovavamo in un coro misto di speranza, frustrazione e turbamenti
adolescenziali.
Ci ho messo
quindici anni buoni a metabolizzare (non a rispettarla, occhio) quella regola, ma
oggi posso affermare con serenità che è il punto giusto da cui partire per
costruirsi una vita sentimentale sana e dignitosa.
Secondo me è
un pezzone, e sfido chiunque – friendzonato o meno – a dire il contrario. Potrei definirlo una sorta di “Osanna eh” per agnostici.
Altro brano
fondamentale è Se tornerai, fortemente malinconico, che mi ha turbato da
sempre per la particolarità del tema e per il modo in cui racconta un dramma che,
nel mio caso, ha trovato sponda anche in esperienze molto personali e recenti.
“Forse è stato il tempo, forse quella
solitudine che ci portiamo dentro troppo grande per noi”: parole che sembrano
raccontare tragedie estreme e diverse, ma che inquadrano perfettamente gli scompigli
degli under 30, quelle crepe invisibili che ognuno si porta dietro.
Poi si
cambia registro e arriva Nessun rimpianto, altro inno generazionale da
cantare forte, che parte con “tutti mi dicevano vedrai, (mbambamabam) è successo
a tutti però poi…” e da lì parte l’abbraccio orizzontale in stile Inno di
Mameli, il karaoke di chi ha collezionato errori, messaggi ignorati, piani
d’amore disastrosi e ghosting che ti lasciavano impietrito.
“Dove ho
sbagliato e perché” oggi magari ci farà anche sorridere, ma all’epoca erano
catastrofi interiori che anticipavano di almeno un decennio i tempi
dell’isolamento sociale - hikikomori e dell’autoanalisi compulsiva.
Arriviamo
poi alla title track, La dura legge del gol, che ci faceva sentire
adulti e cazzuti già solo per quella frase detta con rabbia: “voi non capite un
cazzo, è un po’ come nel calcio”. Quella parolaccia aveva un peso, ci dava
potere, e tutta la canzone – con la sua metafora calcistica semplice ma
perfetta – diventava un modo per raccontare amicizia, delusioni e il primo
contatto con le difficoltà della vita da grandi.
E poi c’è Andrà
tutto bene, apparentemente solare, ma in realtà quell’ondata di fiducia un
po’ disperata che ancora oggi ascolto in particolari fasi per ricordarmi che,
se ho superato la friendzone, posso davvero superare tutto.
E infine Finalmente
tu, portata a Sanremo da Fiorello, che parte con “caaaaaadono dall’orgoglio
i battiti e non fi-ni-scono” e prosegue con “…e poi Finalmente tu, tirar tardi
sotto casa e di corsa sulle scale insieme a te”: ora voi potete anche dirmi che
questa canzone vi farà scendere le ovaie prima e le palle dopo (#nonsiamai), e
vi capisco, ma tanto lo so che ve la cantate fortissimo anche voi quando
nessuno vi vede.
La dura
legge del gol, quindi, è stata la raccolta dei nostri giovani tormenti, delle nostre
paure, delle serate felici mosse da sentimenti disperati, dei fallimenti
(tanti) e dei successi (non pervenuti). È un album semplicissimo, dannatamente
mainstream, ma pieno di teneri ricordi e malinconici sorrisi.
Per sempre
nella playlist.
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