Sono estremista Gaberiano e, in quanto tale, la politica non mi interessa (Apologia di un REFERENDUM)
Di politica non capisco nulla, e non ne vado mica orgoglioso. È semplicemente andata così. Non mi ha mai catturato quella passione lì, anche se ci ho provato: come con certe cose che sulla carta dovrebbero piacerti, impari le regole, ti avvicini, fai uno sforzo ma alla fine non scatta. La mia curiosità si è sempre infilata altrove, nelle cose facili e relativamente concrete. La politica invece mi è sempre sembrata una lingua che non riuscivo a parlare. E allora, quando mi chiedono da che parte sto, per onestà prima ancora che per stile rispondo: “Sono gaberiano”. E il distacco diventa incolmabile.
A Giorgio Gaber ci sono arrivato tardino. In un passato remoto di età pre-adolescenziale un pro-zio, informatico di giorno e pirata nella notte, ci aveva anche provato con una vecchia compilation passata quasi per caso, dentro c’era anche Adriano Celentano, e all’epoca a “destra/sinistra” preferì la più utile “Una Carezza in un pugno”. Poi nel frizzante covid-time del 2020 mi capita in TV uno speciale su “Far finta di essere sani” e in un momento macciacapatondiano tutto si trasforma.
Non è stata una scoperta artistica,
è stato un riconoscimento empatico piuttosto che razionale. Una giustificazione
alla sua rabbia, che era già mia, che non è sfogo ma lucidità, nel suo
disincanto che non è resa ma consapevolezza, e soprattutto nel suo rifiuto alla
politica e alla sua trasformazione in rappresentazione e status quo.
Gaber non attacca solo i
politici, attacca gli appassionati della politica, quelli che ne fanno
identità, tifo da stadio, appartenenza. Di colpo ho trovato parole per un
fastidio che avevo sempre percepito ma mai saputo spiegare.
Gaber era avanguardismo puro, dal
1976 anticipa (sdogana) due temi odierni a me tanto cari. Il primo è la
solitudine, quella vera, non quella da preoccupazione materna, ma quella che ti
obbliga a stare con te stesso senza filtri e senza pubblico, l’unico spazio
dove puoi essere davvero onesto senza lo spauracchio misantropo del giudizio.
Il secondo è la sua battaglia contro il perbenismo, che oggi riconoscete sotto
forma del politicamente corretto. L’ossessione al filtro continuo e all’attenzione
paralizzante a ciò che si può o non si può dire. Non il rispetto, dovuto e sacro, ma la sua versione artificiale, quella che ti porta a parlare
senza esporti, a dosare l’utilizzo dell’ultima lettera. E qui Gaber diventa
attualissimo, perché il problema non è il linguaggio in sé, ma la strumentazione
della forma a discapito dell’autenticità.
Tutto sto papocchio per dire
cosa.
Nonostante il rumore e poi il
vuoto, da qualche giorno è arrivato il risultato del referendum della giustizia
che ha reso il meccanismo ancora più evidente. Quella che a me, da ignorante
della materia, sembrava una questione tecnica diventa immediatamente una
questione di schieramento.
E allora mi viene spontaneo un
dubbio: com’è statisticamente possibile che su un tema tecnico esista una convergenza così strategicamente
compatta? Non è una risposta che cerco, è una sensazione che registro.
Così come registro un altro
elemento particolare: il tono.
Quella percezione di essere giudicati dall’alto, come se chi ha già deciso sapesse qualcosa in più, mentre chi è incerto fosse semplicemente indietro. Eppure, subito dopo, gli stessi che predicano misura, linguaggio corretto e rispetto sono pronti a semplificare, a esultare, a ridurre tutto a slogan, utilizzando proprio quei meccanismi che a parole criticano.
Signori della corte, mi confermerete che il cortocircuito diventa evidente. Non è più una questione di contenuto, ma di coerenza. Io continuo a non avere gli strumenti per dire cosa sia giusto o sbagliato nel merito, ma riconosco quando il dibattito smette di essere confronto e diventa rappresentazione dittatoriale, quando il linguaggio smette di essere un mezzo e diventa un’arma, quando l’appartenenza conta più della comprensione.
Fascismo intellettuale, altro che prostituzione.
Ed è proprio in quel punto che realizzo il mio essere gaberiano: non è una posizione politica, è una difesa mentale.
È sventolare il dubbio nella burrasca delle incertezze. Costretto al rifugio dell'ignoranza da chi strumentalizza il sapere per fini edonistici.
Alla fine però una raccomandazione
pretestuosa e provocatoria me la concederete. Ricorderei a tutti, e dico tutti,
che Gaber ci osserva e al momento opportuno, sarà letale e impietoso.
Nel frattempo io confortato dalla mia inettitudine, penso che, se fossi dio, mi ritirerei in casa, come ho fatto
io.
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