Premessa
A settembre, nell'instabilità generale, in un
pomeriggio indeciso di un sabato post estivo, mi ritrovai su un divano
notoriamente scomodo ai visitatori della mia dimora, essenzialmente per
concentrare le forze necessarie ad affrontare un altro, pressoché prevedibile,
inverno.
In un veloce zapping tra sezioni culturali
sulla nota piattaforma satellitare, partendo da quella sportiva, che si
caratterizza in un rapido check del notiziario sul calciomercato, fino alla
classica replica della cavalcata del triplete neroazzurro, passando dalla
sezione cinematografica, che si concretizza in 7/8 canali che passano in
contemporanea sia il presunto cult del momento che il classico film monnezza
con qualche Biagio Izzo che ti spunta all’improvviso con vestito bianco e
maschera nera, si finisce sempre sulla più classica delle sfide tra quattro
ristoratori, che, nella più inspiegabile delle circostanze, decidono di
cucinare e umiliarsi in mondovisione. Non sono capace di rispettare i tempi di
cottura del rigatone nemmeno con un timer a portata di mano, ma quel programma
per il sottoscritto è pura e irreversibile ipnosi. Ancora immobilizzato e con i
lucciconi ancora freschi per l’emozione di quell’assegno da 5keuro per il
giovane chef romagnolo, resto in estasi su quel canale. In quel momento, a
settembre del 2020, nel bel mezzo della pandemia, succede l’irreparabile. Sarà
che Cattelan per me è una sorta di oracolo, sarà che quel pomeriggio, come
tutti i pomeriggi del sabato, la sindrome di Homer aveva preso il controllo delle
mie funzioni motorie, che non riuscii ad evitare la catastrofe.
PREMESSA (2)
Se avete letto tutta la premessa, ve lo dico,
avete letteralmente sprecato due minuti della vostra vita. Continuare a leggere
è una scelta discutibile, perché trattasi della più inutile e banale critica
sull’involuzione musicale in Italia, fotografata imperfettamente dalla mia
prospettiva dinanzi allo scenario di un programma televisivo, quelli che voi,
esperti in talent show, mi raccomandate da anni, X Factor. Io, ciuccio e
presuntuoso, non vi ho mai ascoltato sostanzialmente perché vi ho sempre
snobbato, con i vostri Morgan deliranti, le vostre Arise ubriache, le vostre
Maionchi bestemmianti e quant’altro. Vi ho ignorato anche quando a vincere,
madò, è stato uno di Bari. Io non potevo ridurmi a vedere la
musica in TV. Io che la musica non l’ho mai studiata, bensì ho avuto sempre la
costanza di ascoltarla. E nemmeno tutta, solo quella che piaceva me. Io. E
invece, come si suol dire, quel giorno è successo. Ci sono cascato. Avete
presente quel film di Nanni Moretti, dove Carpentieri nega e rinnega
l’esistenza della tv e dei suoi contenuti, e dopo la fortuita visione della
telenovela su una rete locale, rimane paralizzato dinanzi a tutti i tubi
catodici che incontra? Beh, come sovente si dice nelle strade di Bressanone,
uguale.
Se state continuando a perdere tempo, ve lo
dico, abbiamo finito con le premesse. Detto questo, vi ringrazio per l’affetto.
Ho iniziato con X Factor, cari amici seduti
intorno a questo cerchio, e non ho più smesso. Maledetto quel giorno che ti ho
incontrato.
PREMESSA (3)
Scusate, mi ero dimenticato l’ultima ma
doverosa premessa. Sono anni che, dal mio microcosmo, provo, con scarsissimi
risultati, a condurre la mia personalissima battaglia contro le influenze/mode
musicali che stanno inquinando le nuove generazioni di artisti e soprattutto
ascoltatori. Sì, parlo di indie (non è un genere, I know, ma ci siamo capiti
comunque), trap, techno-rap, alternative hip-hop e tutte le nuove diavolerie
che vengono sintetizzate nell’aggettivo più utilizzato
di questi ultimi 11 mesi: virale.
X FACTOR
La sinossi del programma è semplice ma
funzionale. La conoscete tutti, ma ribadiamola per i pochi superstiti. Si parte
con delle audizioni, che portano a delle immediate e necessarie scremature di
tanti speranzosi giovani artisti (e non, inteso come “giovani ma non artisti”)
che ci hanno provato e che forse è meglio non ci riprovino. In questa fase,
già qualcosa inizia a imprigionarmi. La qualità di alcuni candidati non è la
classica velleità artistica, la sensazione è quella di percepire valanghe di
talento fresco e insolito in questi tempi. Non ricordo quanti fossero i
candidati, ma sicuramente una buona dozzina mi ha portato a continuare sulla
strada intrapresa. Inizio a prendere confidenza con il programma, con i suoi
orari, con gli appuntamenti, ma soprattutto con la sua componente più
significativa: i giudici.
Quest’anno i componenti della commissione
giudicatrice sono Emma Marrone, Mika, Hell Raton (detto Manuelito) e Manuel
Agnelli (detto Manuel). Per Mika e Manuel Agnelli si tratta di un ritorno su
quelle poltrone, mentre Emma e Manuelito sono semplici esordienti. Ehi, intendo
all’interno del format, non iniziate.
Alle audizioni, tutto fila liscio. Quelli
poco interessanti, poco dotati, poco talentuosi, poco attraenti, vengono
rispediti nelle loro belle province del Belpaese dai nostri quattro supereroi
che, sorridenti ed in piena sintonia, con un bel “no” decidono vite e forse le
sorti musicali dei prossimi anni. Non è retorica, è solo che estremizzare mi è
sempre piaciuto.
Dai bootcamp, inizi ad avvertire quella
gradevole sensazione di gastrite alle prime decisioni dei leader. In
particolare, due su quattro, incominciano a non conquistare il mio autorevole
consenso. Non è ora il momento di fare outing. Vi do degli indizi. Il primo
giudice decide inspiegabilmente di eliminare, con una noncuranza non
indifferente, la reincarnazione italiana di Ray Lamontagne in un giovanotto
capelluto dalla grinta vocale di assoluto rispetto. Il secondo giudice, in
preda chissà a quale attacco di idiozia discografica, decide prima di abrogare
la meritocrazia, eliminando a destra e a manca talenti vocali per poi comunque
promettere la produzione artistica in futuro. Sarà?!
Gli altri due giudici guardano straniti il
sempre gasato Cattelan, trasmettendo platealmente quell’interrogativo che
affligge, tra gli altri, anche il sottoscritto: “ma so’ del mestiere questi?”.
Ora, non sono qui per riportarvi i passi dolorosi
di questa cronaca nera della musica italiana. Ci sono state le “last call”,
dove uno dei due giudici, con personalità e con la consulenza artistica di Dardust,
uno che sta decidendo le forme musicali dell’era mahmoodiana, ha eliminato i
sogni di gloria di un fanciullino siciliano, dal carattere fragile, dal timbro
caldo ma imperfetto, andando contro il popolo che se ne era già invaghito e che
lo vedeva già vincitore. Lei (ops) è andata oltre, oltre le sue emozioni, oltre
il consenso, oltre anche le capacità, visto che ha scelto nella sua squadra sicuramente
le voci più anonime mai ascoltate dalle prime versioni dello Zecchino d’oro.
L’altro giudice, invece, dopo i vari segnali lanciati sotto forma di commenti
didascalici, ha esternalizzato la sua vocazione artistica, che tecnicamente è
più simile a quella dell’imprenditore nel settore dei rifiuti piuttosto che la
classica inclinazione di un produttore di musica. Gli chiedo ufficialmente
scusa se ho utilizzato l’aggettivo classico e soprattutto il sostantivo musica.
Quindi, se sei scarso, non sei da esporre al mercato, perché non vendi, ergo
con lui non ci vai ai live. Se sei bravo, ai live ti porta eccome, però devi
accettare la trasformazione in un cyborg e poi devi solo assecondare una sorta
di lavaggio di cervello che nemmeno il faro di Shutter Island. Hai una
chitarra? Buttala. Qui non servono strumenti, serve un pc, un synth e tanto
hype. La musica, se viene, vediamo dove sistemarla.
IL DUNQUE
Non per sfuggire alle possibili polemiche
derivanti dalla settimana in cui si denunciano le violenze subite dalle donne,
ma il mio obiettivo non è il giudice donna.
Il dunque è Hell Raton. Cosa mi ha spinto a
scrivere tutto questo, ovviamente, è lui. Il nostro Quincy Jones del
Gennargentu. Hell Raton, 30 anni, un perfetto sconosciuto a noi dilettanti del
settore fino a pochi mesi fa, mentre noto ai più, per aver affiancato la
produzione di rapper quali Salmo prima, Ghali e Fabri Fibra poi.
Se, in una prima fase, il giovine riccioluto
dallo slang rivoluzionario e dallo standing anticonvenzionale aveva rapito il
mio interesse con riflessioni semplici ma persuasive, una volta scoperchiato il
suo vaso, stracolmo di obiettivi di vendita e provvigioni, di mercati e
quotazioni, di industria e clienti, ha turbato la mia serenità da spettatore e,
vi dirò di più, ha addirittura minato la mia tranquillità quotidiana.
Come dicevo, sono abbastanza preoccupato
dalla direzione presa dalla musica in Italia, una strada buia e purtroppo anche
molto trafficata, parecchio lontana dalla luminosa piazza grande di
artisti che ci ha reso unici in tutto il mondo. La musica leggera non sta
morendo, è in fin di vita, perché sottoposta costantemente alle violenze, non
del tutto inconsapevoli, di tutti questi signori che si autoproclamano
produttori/discografici. Di questi tempi, l’utilizzo di tutti questi paroloni,
è assolutamente frutto della mia volontà.
Il problema è che la mia arringa non si basa
su un’accusa incondizionata, bensì è frutto di una serie di oltraggi ai quali
ho assistito e che non riesco a sopportare. Il signor Raton, senza remora
alcuna, ha confermato (più o meno esplicitamente) che la musica di Battisti è
passato, che il suono analogico è cosa superata, che il sound classico
fondamentalmente gli gonfia le palle e soprattutto che oggi, quella musica lì,
non può e non deve esistere.
La pericolosità delle sue parole, delle sue
azioni, è l’emblema di quello che accade oggi. L’inquinamento delle produzioni
digitali nella musica è la prima vera prova di involuzione venduta come
sperimentazione, o peggio, rivoluzione.
La musica è fatta di chitarre, batterie,
violini, bassi e soprattutto di voce. Ho sentito definire l’autotune come uno
strumento. Ripeto, con ridicola incisività, che la pericolosità di tutto questo
deve rappresentare un campanello d’allarme per tutti gli amanti della musica.
Siamo nel delirio di onnipotenza di un Mr. Jafar che ha deciso di annerire tutto
quello che trova davanti, anche quando il diamante allo stato grezzo si rivela
una ragazza di 17 anni, dai capelli turchesi, dalla voce che
“diomiograzieseesisti” e dall’arte dei suoni pura, vergine e incantevole.
Questa non è sperimentazione, questo è genocidio.
Battisti sperimentava la sua musica con
sonorità latine, Pino Daniele con suoni africani, Dalla con il groove
americano. Quello era sperimentare.
Il suo obiettivo, e quello dei suoi omologhi,
è ben diverso e ben lontano dalla logica della musica in quanto tale. Non
interessa la forma, interessa il prodotto. La musica non è più il risultato e
nemmeno il mezzo. L’unica cosa che conta è brutale e molto più antica di quella
forma artistica che ripudia, ovvero la vendita di un prodotto finito. Industria
vuol dire inquinamento. A memoria, ricordo di aver sentito De Gregori, in
un’intervista, dichiarare che prima si faceva musica per il solo gusto di
farla. Sembrerà banale, quasi un postulato, ma in realtà oggi non vige
quest'assunzione. Si produce musica, o pseudo tale, per il solo scopo di
venderla. Badate bene, non mi riferisco ai miliardi di giovani appassionati che
si approcciano al mondo della musica, ma a coloro che oggi questo mondo
rischiano di governarlo. Sì, esatto, la musica sta diventando politica e a
pensarci bene, trattandosi di una delle arti primordiali, del fuoco vitale che
resiste ancora nonostante tutto, la questione assume sembianze enormi.
Questa filippica ha come unico scopo lo sfogo
di una rabbia repressa e la spiegazione di una cosiddetta “presa a male” (sì,
sono giovane anche io nonostante tutto).
Non mi interessa sapere da che parte state,
auspico soltanto e semplicemente che tutto torni come prima. Quando tutto era
musica ed era tutto più vero e sicuramente più bello.
Ciao Hell, nulla di personale, sia chiaro.
Si ringrazia Francesco B. per la correzione della bozza.

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