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Successo o svendita? Cosa stiamo diventando per essere virali

La fama si costruisce o si rincorre? Quando il talento non basta, c’è chi si reinventa. E per fortuna c’è ancora chi resiste. 


La musica italiana nell'era tiktokkiana

C’era un tempo in cui la musica aveva bisogno di tempo. Tempo per essere pensata, per essere scritta, tempo per maturare e infine tempo per essere capita.
Oggi no. Oggi ha bisogno di reattività, algoritmo, ritornello da 8.5 secondi e una sufficiente dose di “imbarazzo creativo”.

E così, sempre più artisti si trovano di fronte a una scelta: seguire la propria strada o saltare sul carro della viralità.
C’è chi, pur di farsi notare, rinnega se stesso. Cambia stile, cambia pubblico, cambia identità.
E poi c’è chi resta fedele. E rischia di restare un artista.


Dal jazz all’“arte sporca”

Parlo da uomo tradito. Da primo fan. Da vicino di casa. Da sconfitto.
Parlo di Serena Brancale, una delle voci più eleganti, potenti e raffinate che (parte di) questo Paese abbia avuto la fortuna di ascoltare.
E dico “abbia avuto”, perché Serena sta portando avanti una (sua)scelta.



Stanca di sentirsi applaudita da una manciata di fanatici, al Duke o in piccoli club di provincia, ha deciso di sacrificare tutto ciò che la rendeva unica per diventare, semplicemente, tangibile e vendibile.

Magari le è capitato, però le sta piacendo, e forse pure troppo.

E’ nel pieno del suo percorso di abbandono di sonorità jazz e soul per cori in dialetto, testi intenzionalmente volgari, e ritmi tribali da dance da happy hour. Una metamorfosi strategica, ma aspra e antipatica.



E non parliamo di contaminazione. Parliamo di rinuncia. E, peggio ancora, di danno procurato.

Perché quando un’artista così rinuncia alla propria arte, non rinuncia solo per sé.
Priva noi tutti di una voce rara, di una visione, di una bellezza che elevava prima noi e poi se stessa.

La definirei, esagerando nel mio stile ingenuamente provocatorio, come una mancanza di rispetto.

Verso chi non ha il suo talento, e avrebbe dato qualsiasi cosa per avere anche solo un’ombra di quella luce. Verso chi continua a provarci con mezzi minori, ma con tutta la dignità del mondo. Verso chi nutriva in lei quella speranza dissociata e terapeutica.

E poi mi tocca sentire: “ma ti piace la nuova musica della Brancale?”

La vera domanda è: quanto devi sentirti emarginato e frustrato per tradire te stesso così? 

A rendere il tutto più accattivante, ci si mette anche il sospetto (volontariamente non certificato dal sottoscritto) che molta di questa nuova "vena creativa" sia stata rubacchiata in giro.

Artisti come Mama Marjas e Dadà, che da anni provano a costruire percorsi rustici tra reggae, dialetto e spiritualità, hanno pubblicato accuse puntuali e pesanti. Frustrati nel vedere la loro cifra artistica esplodere, con un altro nome in copertina però.



E poi ci sono quelli che il dialetto lo usavano già vent’anni fa, ma lo facevano con stile, groove e verità.
I Pooglia Tribe sono stati pionieri di un linguaggio musicale che univa la tradizione pugliese al funk, all’hip hop, alla world music.
Non c’era bisogno di scimmiottare nessuno: bastava essere se stessi, con le proprie radici, e lasciarle suonare bene.

Il loro dialetto non era un costume da indossare per fare tendenza: era verità, sangue, sudore e ironia.
Con brani come Senza Problemi o Cime di Rape, hanno mostrato che si può fare musica divertente e frizzante, senza rinunciare a classe, eleganza e ritmo.
E senza mai vendere l’anima all’algoritmo.

E allora che succede?
Chi resta fedele alla propria arte è destinato al backstage, mentre chi la reinventa a colpi di kitemurt e filtri Instagram guadagna popolarità e palcoscenici?


Il modello Cremonini & Co.

Cesare Cremonini ha scelto la via più difficile. Dopo l’onda lunga e tossica di 50 Special, ha rischiato di essere dimenticato e, peggio ancora, di dimenticarsi di sé stesso.
Ma ha resistito. Ed è arrivato a firmare brani come Ragazze Facili, un capolavoro di armonia, eleganza e verità, impreziosito, nel momento più alto del pezzo, dalle controvoci paradisiache di Elisa.
Musica che non urla, ma resta per sempre.



Brunori SAS, invece, ha ancora il coraggio di scrivere una canzone come Luna Nera, dedicata — testualmente — a una “puttana”.
Che magari non lo è, certo. Ma a me piace pensare che sia una di quelle canzoni scomode e poetiche come le scriveva Dalla negli anni ’80.
Con quel romanticismo crudo, sbagliato e terribilmente umano dopo anni in cui "Il Giovane Mario" è stato l'inno di pochi e per pochi.

Lucio Corsi, ha sdoganato, una volta per tutte, la possibilità di rimanere sfigati, sensibili e autentici senza finire in un registro degli indagati o rischiare di finire tra gli imputati di un processo. Il reato della sensibilità. Ci ha messo la faccia e, senza alcun cenno di rivalsa, ci ha pure regalato l'album più bello degli ultimi vent'anni.

Tropico, autore per tutti, regala parole che fanno vincere Sanremo e conquistano le radio.
Ma lui? Lui resta dietro le quinte, rubando teneramente attenzioni per quello che è, non solo per quello che firma.

Neffa, dopo una lunga fase da cantautore, ha sentito il dovere di tornare al rap. Perché lì è nato. E perché forse ha capito che in questa nube di fumo serviva un maestro che ricordasse come si costruisce una rima vera, una barra coi contro-cabasisi.

Achille Lauro, infine, è il percorso inverso: nato già sporco, adesso prova a ripulirsi. E non mi vergogno mica a riconoscere il mio apprezzamento per entrambe le versioni.


La trap sta morendo.

Sì, lo diciamo sottovoce, quasi di nascosto, ma con un certo sollievo.
Come tutte le pandemie, anche la trap ha avuto un inizio e ora attendiamo il TG che ne annunci la fine. Ha infettato tutto: linguaggio, estetica, contenuti. Ma forse stiamo guarendo anche se ci siamo inquinati abbastanza analogamente a quanto fatto con Astrazeneca.


“La musica non ha generi”? Vero. Ma ha un valore.

Il problema non è cambiare. Il problema è perdersi per diventare virali. Virali come un'infezione. Infezione che permette all’arte di diventare intrattenimento per tiktok, invece che espressione dell'anima. 

Io cosa avrei fatto se avessi avuto talento e avessi potuto scegliere? Ah, boh, che ne posso sapere.

Di una cosa però sono certo, ovvero che alla fine, la fama diventa solo un prezzo alto da pagare per soddisfare IL DESIDERIO DI ESSERE COME TUTTI.


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