Da qualche settimana hanno riaperto cinema e teatri, e alla luce di n.0 contagi tra le terze e quarte pareti, il sottoscritto, da sempre restio nell’assecondare scetticismi di ogni tipo, ha esordito nella nuova stagione cine-teatrale.
Si intende sempre ed esclusivamente nella figura anonima ma ambita di
spettatore con zero competenze e tanta applicazione. Con spirito propositivo,
mi sono approcciato (passo alla prima singolare per convenienza) inizialmente
alle sale cinematografiche con la nuova commedia drammatica nostrana, piacevole
e carica di negatività (che di questi tempi non guasta) e qualche giorno dopo, la
scorsa domenica, così da fornirvi maggiori ed inutili dettagli, con il mio gruppetto
di ex teenager, ho fatto visita (e penso capolinea) al teatro Kismet di Bari.
L’occasione era singolare e con spunti di patriottismo locale. Un
ragazzaccio barese, dalle gambe poco corte, con il sorriso “bianco subito” e con
ciuffo ingenuamente sensuale, ha aperto la stagione teatrale barese, con uno
spettacolo insolito e per certi versi sconosciuto in terra terronica. Giuseppe
Scoditti, ha sdoganato la forza della parola in una stand-up comedy di tutto
rispetto.
Mi tocca fare outing. Giuseppe, barese di nascita, milanese d’adozione e barese
one-more-time per necessità pandemica, è il classico amicodiamici, e in quanto tale, avevo sentito parlare di lui nelle infinite
e deprimenti discussioni sul solito tema del “chi ce l’ha fatta”. Da mesi, ho
decretato quindi, carico di livore e spassionata gelosia, di seguirlo
attivamente su tutti i social e da allora, con patetico snobbismo frutto dei miei
apparenti meriti, ho sempre palesemente dichiarato il mio sospetto sulle
qualità artistiche della nuova star della mia non-comitiva.
Giuseppone, il quale ama impersonare le sfaccettature della demenza solo
sul palcoscenico (devo ammettere con pregevole maestria), era perfettamente a
conoscenza del misfatto, e più in particolare sapeva che, tornando nella amata terra sua, avrebbe trovato l’accoglienza
di detrattori e pseudo critici da tastiera touch. Per tale ragione è ricomparso
tra gli ulivi una volta terminato il suo percorso di formazione da semplice
minchione a cazzone professionista.
Dal secondo prima all’accendersi dell’occhio di bue (sarebbe stato bello, ndr), infatti, si percepisce
la sensazione di essere dinanzi ad un unico-uomo-spettacolo di livello e non
all’insopportabile attoruncolo disadattato
con tanta volontà e scarsa attitudine. Il nostro (si ora è nostro) Giuseppe ha
studiato, e ha tutte le intenzioni di darne evidenza con il massimo garbo e
rispetto, perché le competenze acquisite alla Civica Scuola Teatro Paolo Grassi
di Milano meritano di essere condivise con tutti noi umili ignoranti.
La comedy ha parvenze ed ambizioni comiche, tra continue smorfie e
movimenti strategicamente goffi, e lo Scoditti (di)mostra di aver sostenuto ore di
studio matto e spensieratissimo del repertorio classico, ed il tutto è fin
troppo evidente dal momento in cui lo stesso si è dichiaratamente denunciato
tra quelli contagiati da modelli generazionali quali Walter Chiari e Jim
Carrey. Piccolo appunto, forse avrei preferito vedere quella sorta di “anche
meno” enfasi in alcuni scambi dove emergeva la volontà di mostrare tutto il bel
talento in un sol boccone, ma ad un quasi esordiente, di Bari e quindi merce
rarissima, è concesso tutto.
Volutamente non anticiperò nulla dei contenuti della messa in scena. Si è autoironico, dissacrante, zeppo di umorismo black con sprazzi di demenzialità assoluta. Mi tocca accontentare il lettore e il suo "Si ma com'è? Vale la pena?" per esclusivi scopi di lucro degli impresari. Lo spettacolo è scritto a 6 mani, e a memoria, in almeno 4 mani scorre lo stesso DNA. Evitiamo il clichet del buon sangue, in quanto, non è dimostrabile.
Parafrasando DeGregori, la leva attoriale del 1991, non dovrebbe avere
particolari problemi “a farsi” (nel senso più disintossicato del termine), perché
è oggettivamente strutturato e particolarmente capace ma soprattutto, rispetto ad
altri competitor, gode di quel “quid” di saper fare con la capacità di
divertirsi ancor prima di far divertire.
Per darmi un tono, viro sulla terza persona e concludo affermando che lo scrivente ha riso, non molto onestamente, e in compenso ha anche ricevuto in dono, per tutti i 56 minuti, quell’allegria silenziosa, i quali effetti desiderati son più duraturi di quelli orgasmatici della risata convenzionale.
Vi invito quindi ad andare a teatro, brutti cacasotto, perché vi conviene
(anche perché il biglietto costa meno di una coppa gelato).
NDR: il passaggio
del finto incartarsi con lo stratagemma della doppia negazione l’ho trovato
squisitamente divertente e di assoluto livello. SCIAPO’

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