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UNA PEZZA, TUTTO (E?) IL CONTRARIO DI TUTTO

Da qualche mese stiamo constatando irritante esaltazione per questo format, inutile e improbabile, dal titolo falsamente originale, Una pezza di Lundini.

Partiamo dal presupposto che è qualcosa di già visto negli ultimi 75 anni. Forse 76. Non mi ha fatto cambiare idea nemmeno questa attrice che non avrà trovato spazio in soap opere di serie C (da primo pomeriggio estivo sulla TV nazionale) che introduce il programma. Enuncia periodi senza senso che, diciamolo, provocano solo profondo malumore. Emanuela Fanelli, chi sei per sbeffeggiare le signorine buonasera? Ti rispondo io: nessuno.

Il programma è scritto da Giovanni Benincasa, un altro che, nel corso della sua storia artistica (si fa per dire), si è ritrovato a firmare prodotti già belli e impacchettati senza un contributo definito e precisato, ma solo perché non ha fatto gavetta e quindi gli spetta di diritto.

E che dire, poi, dello studio fantasmagorico, allestito per 30 minuti di show, a spese di noi contribuenti?

E della simil-cover-band, dal nome offensivamente storpiato (I Vazzanikki, ndr), con qualità più che discutibili ma selezionati solo perché, dopo un’attenta ricerca sul social che piace ai più giovani, sono amichetti guarda caso proprio del Lundini?

Il nostro Valerio Lundini assume le sembianze dell’eroe socialmente valido per poi inciampare sbadatamente in favoritismi comodi e facili, per non dire facilissimi. Parafrasando lo stesso Lundini, “boccamiastattzitt”.



Lundini, caro Lundini. L’idea di intervistare ospiti, ricordando episodi ritriti e poi triti, è quanto di più patetico e noioso offerto dalla televisione italiana ai nostri compaesani dal 2000 (anno in cui la Fol*et*o propose l’aspirapolvere con cavo di 1.5mt rispetto a quello da 1.2 mt) fino a martedì scorso, quando hai deciso di invitare il figlio di Franco Franchi camuffandolo per figlio di Ingrassia.

Anche l’intro preparata per l’ingresso dell’ospite - presumo firmata da qualche altro companeros di comitiva - ci lascia la bocca di pesce. Perché?

Perché sciaguratamente avete pensato di divertire lo spettatore ripercorrendo sadicamente tutti i passi falsi e tempi difficili del malcapitato che, preso in contropiede, non può far altro che sorridere amaramente. Vivo ogni santo giorno con la speranza che qualcuno possa replicare legalmente a questi attacchi diretti e inappropriati.

A proposito degli ospiti, il nostro Lundini dovrà spiegare una strana coincidenza che accomuna tutti i signori che si sono seduti su quella poltrona dalla prima stagione. Guarda caso sono tutti personaggi dello showbiz e tutti italiani. Ahiahiai, Lundinaccio mio, ti piace essere paladino degli esiliati e poi inviti tutti bianchi, di cui un buon 84,67% di sesso maschile. Si chiama incoerenza. Si chiama mediocrità.

Lundini è perfido anche quando decide di sporcare la memoria di Alberto De Rossi, storico truccatore di Anna Magnani, che non meritava un trattamento cosi dissacrante, irriverente e inequivocabilmente ingiurioso. Lundini, studia anche poco, nonostante la sua aria da intellettualoide, dal momento in cui si diletta nel racconto di una truccatrice (mai esistita) e insiste solo per accaparrarsi i consensi del momento, figli dell’emmamarronismo più spinto e radicale.

Ultima postilla, smettiamola con le risate registrate del pubblico e poniamo fine anche alla patetica ilarità indotta dal conduttore. Un comico può far ridere anche senza ridere da solo. Mi state facendo rimpiangere Barbarella che intervista Enzo Paolo Turchi. 

Allora sapete cosa vi dico, ci vorrebbe uno Chef Rubio per il nostro Valerio, insomma uno dai sani principi, pronto a promettere quella sana dose di mazza e panelle, come è successo per quell’ingrato di Brumotti (anche il suo nome inizia per V, guarda un po'), prima che Lundini diventi l’ennesimo caso perso della storia della televisione italiana.

E noi, questo, non lo vogliamo.

 

Si ringrazia @mochoosy per la revisione di bozza o Stefania D.P.O per tutelare la sua privacy (appunto)

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