Sarò onesto: in questa fase, il conflitto mi attanaglia e mi costringe a fermarmi un attimo per riflettere sul momento che sto vivendo. No ragazzi, quale conflitto bellico. Chissenefrega. Andiamo per priorità, diamine. Non siate superficiali. Quello che mi blocca è il conflitto interiore indotto dal complicato momento musicale italiano. Sì, la situazione è più grave del previsto.
Mi
sento Woody Allen in preda alle sue consuete crisi d'identità, davanti al
dentifricio irrimediabilmente incrostato nel lavabo. La situazione che mi
tormenta, sia chiaro, è sempre la stessa. Da anni. Eppure non c'è terapia,
integratore o mindfulness capace di sbrogliare la matassa. Chi mi conosce
accetta, malvolentieri, la mia beauty routine settimanale. Il sottoscritto
aspetta il venerdì non per il gin tonic, non per lo smash burger, non per il
sashimi, ma per le uscite discografiche. Sembra un caso grave. Invece è peggio.
Sì,
lo so, c'è la crema per le rughe (citazione per pochi). Sì, lo so, hanno
inventato il litio. Tuttavia, all'alba dei 37 anni (o dei 38, non ho mai ben
compreso la contabilità degli anni dal Giubileo Gate del 2000) non credo di
essere ancora pronto alle delizie empiriche delle benzodiazepine.
Parliamoci
chiaro: il mio profilo discografico è abitudinario, piatto e sempliciotto.
Probabilmente rappresenta meglio di qualsiasi altra cosa le principali
attitudini della mia personalità. I miei venti lettori conoscono ormai a
menadito i miei gusti cinematografici, musicali e sessuali e non ricordo
significative variazioni sui tre temi indistintamente. Oggi, per la vostra
gioia, parleremo di musica vecchia che non riesce a diventare nuova e musica
nuova che, incredibilmente e in maniera convincente, risuona vecchia. Sì: l'assunto o postulato -per chi ama darsi un tono- è, che la musica di ieri sia
oggettivamente migliore di quella odierna. Per eventuali chiarimenti o
integrazioni, potete rivolgervi a Gino Castaldo.
L'avete
notato anche voi, dai. Anche voi, come me, avete aspettato settimane, mesi,
dopo il consueto post che annuncia la data di uscita di quell'album che
rappresenta la speranza delle nostre vite. Chi mi conosce sa. Sono ripetitivo,
scontato e quello che affettuosamente qualche mente governata dal demonio
definirebbe mezzo scemo. Ho atteso il nuovo album di Tiziano Ferro per circa
sei mesi dall'annuncio. Ok, regnavano scetticismo e terrore, questo lo ammetto.
E mo' la separazione. E mo' l'intervento alle corde vocali. E mo' Fiorello che
si offende. Insomma, Tiziano non è che stesse proprio in braccio a Cristo.
Ciononostante non era immaginabile il disastro che si è consumato in questi
quattordici inediti. Nemmeno la più pessimistica delle previsioni avrebbe
potuto immaginare un naufragio discografico di questa portata.
Qui
non si tratta di produzione stanca. Questa è mancanza di idee, creatività e,
diciamolo, una sorta di maldestra e furba pigrizia artistica, vittima del
marketing e dei KPI industriali. Tiziano Ferro è ormai imprigionato in una
catena globale fatta di logiche commerciali, esigenze di mercato e stile
contemporaneo. Come un paziente zero di Codogno, ha trasmesso il virus
nonostante i miei costanti alert. Solo che, al posto di lavarsi le mani, qui ci
si poteva tranquillamente evitare di lavarsi le orecchie.
Tra
i contagi illustri ci sono finiti Arisa, Raphael Gualazzi e buona parte del
vecchio Jovanotti. La curva pandemica ha probabilmente raggiunto il picco con
le ultime produzioni di Giorgia. La sensazione è sempre la stessa: l'esigenza
irrefrenabile di disboscare intere aree green per gettare colate grigie di
calcestruzzo per costruire elettronici e fragili stabilimenti industriali.
Blanchizzare roboticamente la voce di Giorgia e incastrarla tra suoni magnetici
e sintetici richiama alla mente Chernobyl e altri celebri disastri ambientali.
Sembrano
ancora immuni al virus Cesare Cremonini ed Elisa che, pur dedicandosi a
continui lavori di ricerca e a master di specializzazione sui nuovi strumenti,
riescono a non tradire gli studi classici senza infrangere il codice penale
Castaldo.
Ma
se pensate che qui ci si arrenda a un futuro distopico siete dei patetici
miscredenti.
Il
mondo laico della musica italiana riesce ancora a sorprenderci con piccoli
miracoli. Il mio santo, in questo caso, è presumibilmente un seguace del suo
predecessore umbro più famoso. Se Assisi qualche anno fa è stata la patria di
un teenager impegnato a dialogare con colombi e felini, il mio ha invece fatto
di un non meglio precisato angolo tra Carrassi e Poggiofranco l'epicentro culturale della città.
Fonte
intermittente ma affidabile di segnalazioni artistiche, il Belviso (franco.belv sul
social delle foto) ha individuato la strada della ripartenza. Come spesso
accade sottovalutiamo la bellezza di scroccare un passaggio a casa. Non
semplicemente per il risparmio € x km/L o per la possibilità di evitare
l'eterna ricerca di un parcheggio nei tempi dannati di una BRT programmata
dall’Ing. Cane di Mai dire Gol. È in questi momenti che l'appassionato
sprigiona tutte le sue velleità da discografico. La vetrina che ti offre la
possibilità di gestire lo stereo dell'auto ha qualcosa di impagabile. Una
dittatura artistica, certo, ma di quelle che ogni tanto sanno fare anche cose
buone.
Nel
mio ultimo viaggio sul sedile posteriore ho ricevuto in dono aria condizionata,
una Frisk e un artista che mancava tremendamente al panorama contemporaneo:
Rares.
Cantautore
figlio della scuola bolognese, le cui radici transilvane (mi servirebbe una
cadrega per approfondire il tema) impreziosiscono una produzione autentica e
quasi sacra. Nato, come tanti altri, dal letame generato dal flusso biologico
dell'indie italiano, questo fiore germoglia meravigliosamente, schiudendosi nell'ultima
primavera con uno dei più bei dischi dell'anno.
Sincero! è una raccolta impressionante di
brani potenti, robusti e implosivi. A conquistare come vero valore aggiunto è
però l'arrangiamento, meravigliosamente rugoso e privo di quel collagene
elettronico che impazza sul mercato. Una coccola amorevole che scioglie il
muscolo contratto dai rigidi allenamenti di una vita arida, stressata e
tormentata.
Struggente
è l'aggettivo che lega Strappacuore, L'amore è un'altra cosa e Senza
confini: tre brani incredibili, chiodi meravigliosi che reggono un quadro
dalla bellezza sconvolgente. "Non urlare che non siamo bestie", verso
estratto da uno di questi pezzi, è una frase che mancava tanto e da tanto alla
musica italiana. Un verso dalle proprietà pedagogiche incommensurabili. Un
consiglio illuminato e confidenziale. Sussurrato.
Le registrazioni vocali amatoriali disseminate all'interno dei brani non sono certo un'invenzione dell'autore (penso immediatamente a Brunori Sas) tuttavia assumono in questo album un peso specifico importante. Non sono un mero espediente estetico, ma frammenti di vita che entrano nelle canzoni e le rendono più fragili, più vere. Non lascerebbero impassibile nemmeno (a Belviso - revisore della bozza- non piaceva Voldemort).
E
forse è proprio qui che si annida il miracolo. In un disco che non rincorre il
presente, non elemosina una playlist, non sacrifica la propria identità
sull'altare dell'algoritmo. Un disco che non prova disperatamente a sembrare
giovane, ma semplicemente vivo. E di questi tempi, credetemi, è un vero atto
rivoluzionario.
Grazie
Rares, Grazie Franco, Grazie Ginotto
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