L'idea di questa serie mi è venuta rileggendo Lettera a mio figlio sulla felicità di Sergio Bambarén. L'amico Leonardo me l'ha suggerito qualche tempo fa per rimpinguare la personale cambusa di incertezze, errori e consigli sbagliati.
Così mi sono chiesto: se dovessi lasciare in eredità qualcosa a mio figlio, a mio nipote o al vicino di casa, cosa potrei donare? Non un manuale di insegnamenti (mai posseduti), non una casa (figuriamoci), ma dei dischi.
I cinque album che hanno cambiato il mio modo di ascoltare e forse anche un po' di vivere. Non è un'educazione accademica, non c'è niente di tecnico o teorico.
È un'educazione musicale fondata sulla passione. Quella che vive nelle cuffie, che rimbalza nelle casse di una KIA e risorge da una playlist Spotify condivisa di nascosto.
Capitolo 1: Rino Gaetano - Resta vile maschio, dove vai? (1979)
In quell'album c'è anche Ahi Maria che è un altro pezzo fenomenale. Ho perso il conto delle volte in cui, durante le scorrazzate a 50 km/h in via Fanelli con amici, l'ho utilizzata per improvvisare danze alla guida da taglio punti di un neopatentato. Canticchiavo, ballavo, avviavo il rimbambimento: il disco non chiedeva altro. Questo brano dovrebbe essere un must ad ogni fine party casalingo e magari anche in qualche locale periferico dove si preferisce Ana Mena e la Ferreri per riabilitare l'euforia. Sai che baldoria inaspettata.
Poi c'è Su e giù, il lato più spinto e goliardico di Rino. Un brano che per me, a quell'età, era una specie di spinta motivazionale ad abbattere la malnascosta insicurezza. Era il mio input musicale per tentare di "sconfiggere" una verginità incollata ai miei jeans engineered. Con quel ritmo un po' sbilenco e il testo sfrontato, provava a rassicurarmi e convincermi che nessuno avesse colto la chiave dell'alternativa masturbatoria. La vita reale raccontava un'altra triste storia.
Io scriverò invece mi colpì per motivi opposti: malinconica, poetica, con quella pretesa disperata di voler anticipare i successi di una carriera lunga e proficua. Proficua poi lo è stata per davvero, la lunghezza è stata tragicamente troncata. Mi illusi per mesi che potesse aiutarmi a diventare uno di quelli che scrivono per vivere. Poi compresi che la verità di Tenco (cercatela) è effettivamente certificata e quindi ne avrei comunque perso in benzodiazepine.
Nel letto di Lucia era un puntale skip all'epoca e mi è "arrivata" onestamente troppo tardi. A trent'anni, per l’esattezza, grazie al mai dimenticato lockdown (sono pronto a dimostrarlo). Poi ho rintracciato dentro tutta la politica, la Società, il malcostume e l'infinita serie di nevrosi italiote che all’inizio mi annoiavano e poi mi hanno sedotto.
Sia chiaro, questo disco non è perfetto. Non è nemmeno il mio album preferito di Rino. Ma è un disco che è rimasto come la cicatrice del morso del volpino sul polpaccio. Me lo ricordo ancora quel volpino che scelse me tra venti infanti.
Mi ricorda soprattutto quanto sono stato ridicolo, banale e umano. E quanto nulla sia cambiato negli anni.
Commenti
Posta un commento