Nel 2007 Michael Bublé pubblicava il suo terzo album in studio, Call Me Irresponsible. La ricetta era semplice, audace e quasi sfrontata: due inediti (e che inediti, Everything e Lost) e il resto cover. In continuità con quanto gli aveva garantito il planetario successo anni prima.
Non un vezzo, ma un vero manifesto: rinvigorire gli standard dei grandi crooner e farli diventare pop. Sinatra, naturalmente, c’era; perle come Me and Mrs. Jones, The Best Is Yet to Come, I’ve Got the World on a String, pure. Tutto orchestrato con la solita formula: arrangiamenti lussuosi, voce sontuosa, rispetto per la tradizione con una mano, nemmeno troppo ferma, di vernice moderna. Un disco che i puristi avrebbero definito superfluo e irrispettoso, e che invece per me diciottenne diventò un inno.
Per me Call Me Irresponsible ha una storia precisa. Era il 2007, e mi fu regalato dalla mia fidanzata dell’epoca. Un atto di amore e, diciamolo, di tolleranza: non era facile accettare che il proprio ragazzo adolescente non ascoltasse i Negramaro o i Modà, ma un canadese che cantava swing come se fossimo a Las Vegas nel ’60. Un diciottenne di paese fan di un crooner: già così ero fuori da ogni logica statistica.
Avevo scoperto Bublé due anni prima, con It’s Time (2005). Da lì era partita una mia piccola crociata personale: spiegare a chiunque mi capitasse a tiro che Michael non era un imitatore, ma qualcuno capace di riportare in vita un linguaggio musicale che sembrava finito in soffitta. Nel frattempo mi ero iscritto al fan club ufficiale, e grazie a quello ero riuscito a intercettare una demo di Lost, messa online per pochi intimi ai tempi dell’album precedente. Ritrovarla in versione definitiva dentro Call Me Irresponsible fu come dire: “Ecco, io c’ero, ci sono e ci sarò”.
L’altro inedito era Everything, il pezzo più popolare di Bublé. All’epoca non c’era ancora Spotify, ma se ci fosse stato avrei stravinto qualsiasi classifica wrapped di ascolti: la tenevo in loop costante nel mio lettore mp3.
Non tutti apprezzavano. In realtà, quasi nessuno, ma tra i miei primissimi hater figurava mio zio Roberto (in realtà zio di mio padre), grandissimo appassionato di Sinatra, il quale vedeva in Bublé un furfante: colpevole di essersi fatto conoscere rubacchiando dal repertorio di Dean Martin, Sinatra, Bennett. Anche lui combatteva la sua crociata contro un bravo imitatore alla Biagio Izzo, ma pur sempre un imitatore. Io, che a diciotto anni credevo di avere ragione su poche cose, su questa ero intransigente e difendevo Michael come fosse un parente stretto. Discussioni infinite, e alla fine ognuno restava sulle proprie posizioni. Lui con i vinili di Sinatra, io con il cd nuovo di zecca di Call Me Irresponsible.
Il culmine arrivò nel 2008, quando a diciannove anni presi e andai al Palalottomatica di Roma per vederlo dal vivo. Ricordo ancora il palcoscenico costruito in lieve discesa, studiato apposta per le sue movenze: Bublé non si limitava a cantare, scivolava sul palco con quell’aria da intrattenitore consumato. Intorno a lui una sfilza infinita di musicisti, archi, fiati, coristi. C’erano persino i Boyz II Men a rendere il tutto ancora più assurdo: il crooner canadese con la boyband R&B anni ’90, e io lì in mezzo, convinto di assistere all’evento del secolo. E poi c’era lui, Michael, che con la sua classe doveva nel frattempo combattere silenziosamente i rumors nostrani sul suo vizietto alcolico che già allora giravano. Per me, ovviamente, rimaneva immacolato: un supereroe elegante con una giacca scintillante.
Col tempo ho capito che ciò che mi colpiva non era solo la voce – calda, versatile, capace di passare da ballad intimissime a swing pieni di energia – ma la sensazione che con lui il passato, che cercavo con insistenza nel quotidiano, potesse diventare il mio nuovo presente. Si cari, anche io ero (ero?) vittima di quella blasfema e beota convinzione di essere nato nell'epoca sbagliata.
Mi piaceva il sound retrò e moderno insieme, le ballad raffinate che non cadevano mai nel banale, l’idea che un ragazzo potesse permettersi di ascoltare questa musica senza sentirsi un alieno. E non nego che era forse proprio quest'idea di diversità egoriferita a incentivare la mia dedizione. Call Me Irresponsible era un disco che funzionava in cuffia come rifugio personale, ma anche come sottofondo elegante a una serata.
Se mai dovessi spiegare a un figlio perché ascoltare questo disco, gli direi due cose. Primo: non tutto ciò che vale nasce nuovo e originale. Secondo: non bisogna avere paura di essere fuori moda. Nel 2007 io avevo diciotto anni e, mentre gli altri facevano le corse alle hit del momento, mi perdevo tra fiati, swing e ballad di un crooner canadese. Irresponsabile, certo. Ma anche terribilmente audace come un album pop di canzoni natalizie...
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