L'idea di questa serie mi è venuta rileggendo Lettera a mio figlio sulla felicità di Sergio Bambarén. L'amico Leonardo me l'ha suggerito qualche tempo fa per rimpinguare la personale cambusa di incertezze, errori e consigli sbagliati.
Così mi sono chiesto: se
dovessi lasciare in eredità qualcosa a mio figlio, a mio nipote o al vicino di
casa, cosa potrei donare? Non un manuale di insegnamenti (mai posseduti), non
una casa (figuriamoci), ma dei dischi.
I cinque album che hanno
cambiato il mio modo di ascoltare e forse anche un po' di vivere. Non è
un'educazione accademica, non c'è niente di tecnico o teorico.
È un'educazione musicale
fondata sulla passione. Quella che vive nelle cuffie, che rimbalza nelle casse
di una KIA e risorge da una playlist Spotify condivisa di nascosto.
Capitolo
2: Tiziano Ferro – Nessuno è solo (2006)
Tiziano Ferro ha avuto un ruolo fondamentale nella mia
formazione sentimentale, spirituale e soprattutto motoria.
Avevo dieci anni quando uscì Perdono e passavo
le giornate in attesa di quel videoclip su RTL o MTV che fissavo con la stessa
attenzione con cui analizzo il saldo delle uscite non contabilizzate sul conto MPS.
Ma la vera proclamazione a idolo generazionale arrivò con Nessuno è solo.
Album giovanile per eccellenza, perfetto per un liceale con troppi pensieri e variegate
insicurezze.
Il primo singolo era Stop! Dimentica, e io – nel
cambio-ora tra un prof e l’altro – tentavo di replicare la coreografia vista al
volo in TV. Una performance che oscillava tra l’attacco di panico e la crisi
epilettica, ma rigorosamente vissuta con approccio professionale ed emotivo di
primo piano.
Nessuno è solo era il classico disco da ascoltare
in motorino, con un auricolare a testa, cantando a squarciagola dietro il
casco, uno dietro l’altro come due animali selvatici nella giungla della
pubertà. Con gli amici maschi lo disdegnavi, ovviamente. “C pall TizianoFé”,
dicevi, scrollando le spalle con nonchalance. Poi lo consigliavi animatamente
su MSN Messenger alle amiche, magari dedicando E fuori è buio a quella
che ti piaceva e che stava con il tuo migliore amico. Perché sì, era anche
questo: il disco dell’autoanalisi precoce, dei passi falsi in amore, degli
amori rubati, degli amori finiti dopo il primo bacio, di quelli mai cominciati
ma puntualmente inventati e raccontati come solo le grandi storie d’amore
possono essere.
C’era Ed ero contentissimo, brano
irrimediabilmente triste che ho sempre trattato con la giusta diffidenza. Ti
scatterò una foto, che all’inizio ti sembrava una canzone sulle prime
digitali e solo anni dopo ho riscoperto e onestamente amato nella sua recente
rielaborazione live (consiglio su Spotify versione del 2015 a San Siro). E Già
ti guarda Alice, che dedicai alla mia ex (sì, proprio quella a cui piaceva E
fuori è buio) senza sapere che Tiziano l’aveva scritta per sua nipote. Un
errore di budget affettivo, lo definirei oggi.
E poi c’era Salutandotiaffogo, brano
dimenticato da lui stesso (mai pubblicato come singolo), ma inciso a fuoco nei
cuori di tutti quelli che uscivano da un compito in classe di latino con l’onesta
convinzione di aver copiato il giusto e compreso il nulla. Un pezzo talmente
sofferto che, ancora oggi, sfido chiunque abbia preso un diploma in un liceo
classico o scientifico (o magari un più utile istituto di ragioneria) a non
percepire l’innalzamento dei battiti alla prima nota e a quel “contemplare un
addio, non basterà...”. Più che una canzone, una eutanasia lunga 3 minuti.
E poi c’è il ricordo del mio primo vero concerto:
Tiziano dal vivo, io con fascia timidamente in fronte. Un’esperienza che oggi
ricordo più con dovuto disagio che con moderata tenerezza. Due adolescenti, io
e la mia compagna di avventura – chiamiamoli Piero e Cinzia, poco cool ma dalle
analisi cliniche perfette – in piedi a cantare.
Nessuno è solo è importante perché è un disco suonato, cantato e vissuto. È un album
pieno di anima, nel senso musicale assoluto. C’è il soul, c’è l’R&B, c’è il
pop (quello buono), e soprattutto c’è onestà.
Tiziano qui non scrive per farsi capire, ma per raccontarsi.
I testi sono semplici ma profondi, immediati e vulnerabili, ancora lontani dalla versione
sofista e barocca di quello che sarà l’album della consacrazione “Alla mia età”.
Ti prendono con immagini istantanee, racconti del quotidiano, sintesi della
classica serata fallimentare.
Questo disco contiene il minimo sindacale per la sana e robusta costituzione: dose
massiccia di malinconia, groove q.b., e infine quel tocco di introspezione che
ha solcato anni di tormento adolescenziale.
La potremmo definire una terapia emozionale per adolescenti alle prime armi:
ti fa male al pancreas ma bene all’anima. È un disco che ti educa senza fartelo
pesare. Un almanacco educativo con il decalogo delle regole sentimentali del
comitato etico dell’amore.
E questo, a sedici anni, è tutto quello che ti serve.
Riprendo quanto già scritto in un dimenticato post sul
social.
Tiziano Ferro è una delle più controverse anomalie
della musica cantautorale contemporanea. Non lo dico per fare il brillante, lo
dico perché è vero.
In particolare la mia generazione gli ha sempre
riservato due sentimenti distinti e contrapposti:
da una parte i detrattori ostinati,
promotori di un sentimento avverso, delegati a una forzata azione di repulsione
pubblica e pervasiva – quelli del “io ascolto tutto tranne Tiziano Ferro”;
dall’altra parte, invece, ci siamo noi: gli ammiratori, gli irriducibili, accecati dal bagliore di
sensibilità, attraente musicalità e frenetica passione.
Per Tiziano Ferro è così: non esiste una via di mezzo.
Nessuno è solo è un disco che, oggi, suona ancora
giusto grazie a delle sonorità definite e prematuramente superate.
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