Il 25 marzo è finalmente di (e per) tutti il nuovo album di Serena Brancale, roba nostra per intenderci. Album a briglie sciolte, libero da regole imposte dalle brochure dell’ipermercato musicale con i suoi scaffali pieni di prodotti customizzati dalle major. Non si avverte minimamente traccia di disadattamento discografico, percepita nei primi due dischi, anzi Serena è completamente a suo agio, ed è la vera fortuna del suo ultimo lavoro.
Composizioni zeppe di citazioni stilistiche
più o meno esplicite che lo rendono un concept album di tutto rispetto e assoluto livello. Quel
rispetto che a Serena non manca quando decide di ri-arrangiare brani
intoccabili, mostrando coraggio e quella spensieratezza che caratterizza il suo
personaggio affannosamente sui
generis, con affetto parlando, e dal fascino irresistibile.
(copertina dell'album, tra Tregua di Renato Zero e la Sade di Lovers Rock)
La nostra personalissima versione
di crooner al femminile, viaggia leggiadra tra generi musicali e diciamocelo,
ama fare quello che c**zo le pare. Inizia con il gospel, ondeggia nel rhytm and
blues ammiccando alla prima Giorgia di Mangio troppa Cioccolata, non disdegna
le sonorità pop con spolverata di bossanova onorando comunque la sua anima soul. Potrebbe sembrare un minestrone
di generi, tuttavia nonostante la personalità ondivaga e travolgente dell’artista,
il disco è concepito con criterio fonte di ordine di idee, suoni e pensieri.
Il disco vanta numerosi duetti
con personalità in linea con l’idea di libertà e freschezza di Serena, si veda
alla voce Roshelle e Margherita Vicario, altre suddite del “fuori dagli schemi”.
Non ci facciamo mancare pezzi di
denuncia, sempre nel mood frizzante e rock, senza scivolare nella retorica nauseabonda
sulla quale mi sono già espresso e per la quale ho incassato una serie di
inqualificabili ravvedimenti morali.
La Shola Ama di Valenzano (orgoglio
patriottico), fiera del suo essere “accussì”, canta in vernacolo con
disinvoltura trasmettendo un senso di controllo forte della sua volontà musicale
e dalla sicurezza di un messaggio svincolato da ogni congettura etica.
Il mix tra dialetto, lingua
nostrana e americanate rappresenta il contrappasso di questo LP, ovvero punto
di forza e debolezza del product mix. Il disco è volutamente una sorta di
Serena Brancale canta Pino Daniele e altri grandi successi, ove son presenti tre
cover dell’ultimo Re partenopeo, e considerando la conformità di un album di
inediti, si tratta di un gesto di devozione estrema. Ribadisco il concetto sottolineando un’elaborazione
figlia di un rispetto massimo nonostante la personale rivisitazione che non prescinde
dalla sperimentazione e dalle influenze contemporanee. Pensandoci, forse a non
convincermi del tutto è la scelta dei tre brani. Je so pazzo, canzone grintosa
e arrabbiata e simultaneamente indolente, nella versione del disco si
annacqua tra finezze vocali e sonorità chic. Viento e’ terra, con synth e drum pad in prima
linea, è una scelta stilistica protetta dall’abilità di produttori e
arrangiatori, tutto questo nonostante il citazionismo sartoriale dotato di intro campionata e cori
noleggiati da Vai Mo a titolo gratuito. Alleria, unica essenzialmente in copia
carbone con l’originale, è tuttavia apprezzabile e credibilissima last track
intrisa di emozione e compiacimento.
Ascoltatelo due volte, come fanno
quelli meno brillanti e competenti come lo scrivente. Dedicatevi. Sia chiaro non si tratta
di un album complesso, ma non è assolutamente un manifesto di superficialità,
tutt’altro. Si tratta di un lavoro di quotidianità ed emancipazione artistica,
di chi ama vivere il presente senza direttive e metodi in quanto il rischio
dell’imprevisto è mitigato da quel talento innegabile e tangibile.
Molti di noi lo ameranno, altri
lo ascolteranno “alla scordata” con particolare sensibilità e serenità, nessuno
lo disdegnerà.
Brani ascoltati per x > 10
times: Like a melody, Donna, Je so accussì
P.S.: le mie attese sono state
tradite, giustamente e comprensivamente, dall’assenza di un brano dall’immenso
valore emotivo e affettivo composto esclusivamente in versione demo in un post
di Instagram pubblicato da Serena. Quello è il vero capolavoro del disco e poco importa se non è presente in tracklist, difatti si percepisce la presenza di quel
sentimento pieno di malinconia, sofferenza e ripartenza che è la linfa di questo
album
Commenti
Posta un commento