Passa ai contenuti principali

L’INSOSTENIBILE MEDIOCRITÀ ITALIANA VISTA CON GLI OCCHI DI LUCA MEDICI


 

Il problema della nostra nazione è che siamo mediocri, senza mezzi termini.

“Senza le basi scordatevi le altezze”, ecco, ci mancano le basi, o meglio ce le siamo dimenticate chissà dove.

L’ignoranza delle primarie nozioni dell’istruzione obbligatoria: ci mancano le fondamenta di un’architettura culturale basilare per ciascun individuo mediamente dotato.

Non solo la Legge di Lavoisier, la Teoria Copernicana, il postulato di Euclide e altri capisaldi; ricordo alla perfezione l’autunno del quinto anno di liceo in cui la professoressa di lettere insisteva parecchio sul dramma pirandelliano per eccellenza “Sei personaggi in cerca di autore”. All’epoca passavo le mie giornate giocando al toto-traccia di maturità e la scarsa quotazione del vate Pirandello per la prima prova, fece si che ignorassi – da italiota medio – il suggerimento di un insegnante troppo “pesante” ai miei occhi.

Dopo quattro pellicole di indiscutibile e redditizio successo, Checco Zalone ha deciso di rimboccarsi le maniche e mettersi in gioco sul serio, rompendo, fra l’altro il sodalizio con Gennaro Nunziante, pochi sanno autore storico di Toti e Tata.

Il buon Checco avrebbe potuto crogiolarsi nella sua valle di consensi di pubblico e di parziale apprezzamento degli addetti ai lavori. E invece no, ha deciso di alzare l’asticella, a seguito della condivisibile necessità di dimostrare ai più (e soprattutto ai meno), che l’autore deve inevitabilmente scindersi dal personaggio. Il saggio disse: “Un uomo colto può assumere le sembianze dell’ignorante, il contrario è praticamente impossibile”.

Questa pedante ma doverosa premessa è la base della mia recensione di “Tolo Tolo” film scritto, diretto e interpretato da Luca Medici (primo richiamo).

Tolo Tolo. Appunto.

Siamo dinanzi ad una commedia. Non è la commedia all’italiana cui siamo abituati, sguaiata e becera, e, dirò di più, non vuole esserlo. Incessantemente nell’etere si legge “non assisterete ad un film comico” (esiste il genere?); immagino incessanti richieste di rimborso biglietti e di ore di sonno perse; sarà, ma avverto una notevole insofferenza da qualche ora. In tempi di ricerca dell’ideale salutare, sappiate che la qualità di un ottimo sorriso è di gran lungo più benefica di una buona fragorosa risata.

Personalmente ero parecchio incuriosito dall’impianto registico di Luca Medici che ad un primo impatto mi è parso confuso e sinceramente un po’ meccanico. Primi piani sparsi con troppa irruenza contornati dalla presenza ingombrante di una fotografia piatta e ibrida.

La prima fase della storia scorre (lentamente) con qualche timida battuta del repertorio tipico e con la percezione di una sala spiazzata dal battito cardiaco costantemente piatto, dagli occhi asciutti e dalla mandibola serrata.

Qui emerge la scelta stilistica della regia. Checco Zalone decide di farsi da parte e di dare ampio spazio alla playlist musicale e al suo credo cinematografico.
Mino Reitano e Francesco De Gregori sugli scudi ed è subito ironico/iconico nazionalismo di memoria Nunziantiana (in Quo Vado e Sole a Catinelle, la selezione musicale richiamava nostalgicamente la golden age musicale italiana). Considerando inoltre che l’intrattenimento umoristico della prima parte è riferibile esclusivamente alla vis comica di un sorprendente Nicola Di Bari, le conclusioni sarebbero frettolose ed errate.

Il tema ormai noto raffigura un plot usato esclusivamente come espediente. Il Sushi murgiano e l’esodo causato dalla pesante imposizione fiscale è volutamente un pretesto. Una provocazione allo spettatore.

La pellicola decolla dopo 25 minuti buoni di studio. L’impronta di Paolo Virzì si avverte da due fattori, il c.d. marchio di fabbrica: vengono trattati argomenti drammatici con onestà e ironia. Non è la leggerezza soffusa nei commenti successivi all’uscita del film.
Apprezzabile la volontà di schierare in seconda linea, in ordine di priorità, la dissacrante verve del protagonista a favore di immagini di forte impatto, generate da un apprezzabile utilizzo di effetti grafici, non propriamente in linea col genere. Il secondo elemento che ha reso Paolo Virzì l’unico erede vivente della commedia italiana, è la capacità di affrontare argomenti di significativo impatto socio-politico, spogliandosi di facili sentimentalismi usi al cinema moderno. Luca Medici è terreno fertile.

Nella parte centrale, il sorriso non è persistente, anzi.
“Com’è io voglio ridere e questo mi vuole far pensare?”
Il “pensiero” degli estroversi anziani al mio fianco, tanto simpatici, da commentare costantemente ogni cambio di scena. Una Gialappa’s band personalmente insopportabile. Si, è vero, si riflette. Parecchio, ma non troppo. Si riflette e ci si interroga. Luca Medici, va detto, è maestro in questo e affida allo spettatore un’analisi interiore, impreziosita dalla sua peculiare amabile ironia, racchiusa in un 
LalaLand zaloniano, capace di rendere più delicata la preoccupante critica al Belpaese.

Ecco il punto, Luca Medici, per il decennio appena concluso è stato ininterrottamente osannato e disapprovato per la sua capacità di ridere su tutto, con spunti dissacranti e all’insegna del politically scorrect, senza però lasciare alcuna traccia. Ha dimostrato che può impacchettare quello che credevate di volere, ma che non siete in grado di apprezzare.

Il messaggio è forte, diretto, ma non universale. Luca Medici non vuole ergersi a giudice così si schiera allo stesso livello del pubblico richiedendone la propria liberissima e personale interpretazione.

Non è un film politico, Medici non è Petri né Volontè. Ha volutamente intrapreso una strada tortuosa e complessa che se percorsa con il medesimo impegno profuso alla partenza, lo porterà a sedersi tra i grandissimi volutamente non menzionati.

Concludo, con un bel segno più al casting director, dalle comparse ai coprotagonisti, ogni attore è magnificamente al suo posto e rispetta con precisione la sceneggiatura senza cadere nel tranello macchiettistico.

Il film, come accade per i migliori, devo rivederlo con attenzione. Tolo tolo, com’è giusto che sia.

P.S.: in questi giorni, in tutte le sale, ci sono Ficarra e Picone che trattano il medesimo tema, ammiccando alla predilezione di Medici/Virzì. Distribuirli in simultanea è una scelta più che discutibile. Fortunatamente il mio parere non ha avuto effetti sugli incassi già accertati. Anche se la recensione non è stata ancora pubblicata….

Con affetto,

Gianmarco.

Commenti

Post popolari in questo blog

Bollettino sulla Pandemia della Musica ITALIANA: autorizzato il vaccino RARES

Sarò onesto: in questa fase, il conflitto mi attanaglia e mi costringe a fermarmi un attimo per riflettere sul momento che sto vivendo. No ragazzi, quale conflitto bellico. Chissenefrega. Andiamo per priorità, diamine. Non siate superficiali. Quello che mi blocca è il conflitto interiore indotto dal complicato momento musicale italiano. Sì, la situazione è più grave del previsto. Mi sento Woody Allen in preda alle sue consuete crisi d'identità, davanti al dentifricio irrimediabilmente incrostato nel lavabo. La situazione che mi tormenta, sia chiaro, è sempre la stessa. Da anni. Eppure non c'è terapia, integratore o mindfulness capace di sbrogliare la matassa. Chi mi conosce accetta, malvolentieri, la mia beauty routine settimanale. Il sottoscritto aspetta il venerdì non per il gin tonic, non per lo smash burger, non per il sashimi, ma per le uscite discografiche. Sembra un caso grave. Invece è peggio. Sì, lo so, c'è la crema per le rughe (citazione per pochi). Sì, lo so...

Sono estremista Gaberiano e, in quanto tale, la politica non mi interessa (Apologia di un REFERENDUM)

Di politica non capisco nulla, e non ne vado mica orgoglioso. È semplicemente andata così. Non mi ha mai catturato quella passione lì, anche se ci ho provato: come con certe cose che sulla carta dovrebbero piacerti, impari le regole, ti avvicini, fai uno sforzo ma alla fine non scatta. La mia curiosità si è sempre infilata altrove, nelle cose facili e relativamente concrete. La politica invece mi è sempre sembrata una lingua che non riuscivo a parlare. E allora, quando mi chiedono da che parte sto, per onestà prima ancora che per stile rispondo: “Sono gaberiano”. E il distacco diventa incolmabile. A Giorgio Gaber ci sono arrivato tardino. In un passato remoto di età pre-adolescenziale un pro-zio, informatico di giorno e pirata nella notte, ci aveva anche provato con una vecchia compilation passata quasi per caso, dentro c’era anche Adriano Celentano, e all’epoca a “destra/sinistra” preferì la più utile “Una Carezza in un pugno”. Poi nel frizzante covid-time del 2020 mi capita in TV uno...

EDUCAZIONE PER MIO FIGLIO: La Serie - Capitolo UNO

L'idea di questa serie mi è venuta rileggendo Lettera a mio figlio sulla felicità di Sergio Bambarén. L'amico Leonardo me l'ha suggerito qualche tempo fa per rimpinguare la personale cambusa di incertezze, errori e consigli sbagliati.  Così mi sono chiesto: se dovessi lasciare in eredità qualcosa a mio figlio, a mio nipote o al vicino di casa, cosa potrei donare? Non un manuale di insegnamenti (mai posseduti), non una casa (figuriamoci), ma dei dischi. I cinque album che hanno cambiato il mio modo di ascoltare e forse anche un po' di vivere. Non è un'educazione accademica, non c'è niente di tecnico o teorico.  È un'educazione musicale fondata sulla passione. Quella che vive nelle cuffie, che rimbalza nelle casse di una KIA e risorge da una playlist Spotify condivisa di nascosto. Capitolo 1: Rino Gaetano -  Resta vile maschio, dove vai? (1979) Avevo sedici anni e ho scoperto il mondo dentro un hard disk illegale che girava tra i banchi del liceo come un sacr...