Premessa: nelle mie playlist di Spotify compaiono Cosmo, Calcutta, Coez,Thegiornalisti & Brunori. A maggio esce l’album del mio amico @postinopop, acquistatelo. Ho ribadito a più riprese il concetto secondo il quale mi autodefinisco un appassionato e mai un cultore della materia.
L’indie italiano non esiste, o meglio, non è quello che immaginate. Al momento può essere identificato in uno stile o, che nessuno si senta offeso dal sostantivo a seguire, una moda.
La presente non intende essere una lotta anticonformista contro la nuova corrente che sta tempestando le radio e le nostre vite, sia chiaro. Intende essere una precisazione e un monito per i più giovani.
Iniziamo col dire che l’indie italiano non è assolutamente un genere musicale e occorre ricordare che l’indie, quello vero, non nasce in Italia e non ha niente a che vedere con la parodia nostrana.
L’indie italiano, quello da noi cantato in auto, è spesso il mezzo attraverso il quale voci bruttine ed elettronicamente “elaborate” riescono a raccogliere milioni di ascolti streaming e migliaia di biglietti, a costi popolari, nei loro concerti very smart.
Questi neo-cantautori 3.1 si divertono a strimpellare e ad abbozzare tonalità, raccontando delle turbe giovanili (citazione blasfema) e pseudo-profonde-tematiche comuni a (post)adolescenti vittime del precariato dei sentimenti oltreché della frustrazione professionale.
Nell’epoca in cui i talent sfornano talenti più o meno qualificati, l’indie italiano vorrebbe interpretare un improbabile ruolo di rottura con il capitalismo musicale. Sfruttano, quindi, la pubblicizzata carestia del panorama moderno italiano e oramai oggigiorno nascono più cantanti che bambini.
In una fase embrionale, erano prodotti da etichette indipendenti, ora fanno gola alle major e i “nuovi mostri” sacri della musica, mica scemi, iniziano a siglare tanto curiosi quanto ambigui contratti.
Il contenuto melodico di per sé è alquanto furbo, pericolosamente orecchiabile anche se qualitativamente lascia assai perplessi gli amanti del cantautorato per antonomasia. La componente acustica, che dovrebbe essere il pezzo forte ed il core business di questi squattrinati giovanotti, spesso è messa da parte a favore di i-device e sintetizzatori di seconda mano utilizzati in box ri-adattati in studi di produzione. Ne viene fuori un prodotto che ammicca alle sonorità figlie del Canta-TU e che sdogana nel linguaggio whatsappiano privo di censure, con riferimenti ad orgasmi multipli, serate a base di cocktail di stupefacenti e suicidi di massa messi in atto da fidanzati traditi dal migliore amico. Non si cerca mica Pascoli e Carducci nel pop italiano, ma a tutto questo ci avevano pensato egregiamente gli Squallor quarant’anni fa e con risultati ammirevoli.
Nel mio “minuscolo” ideale si incunea la volontà di ridimensionare questa corrente fino a prova contraria, ovvero quando dimostreranno sul serio di saper fare e parlare di musica. Rimarranno, altrimenti, semplice sottofondo da cuffiette bluetooth e canzonette da viaggi estivi.
N.B.: lo sfogo si rende necessario a seguito della seguente affermazione “****** è l’evoluzione naturale di cantautori come Pino, De Gregori e Dalla”.

Commenti
Posta un commento